Lettere accent[U]ate - Arturo Benedetti Michelangeli

Data: venerdì, 24/04/2015
Presso: Molin de Portegnach, Faver

STRISCIA AZZ INCONTRI

Lettere accent[U]ate: un gioco di parole per indurre il pubblico a partecipare ad un intimo colloquio con alcuni amici artisti che inizierà per l’ appunto con un gioco fatto di parole.

Lettere accent[U]ate: un ciclo di incontri di sette serate (una ogni 3 settimane)  ogni volta con due/tre artisti eterogenei:  poeti, musicisti, cantanti, scrittori, pittori e scultori e chi mi verrà in mente.

Lettere accent[U]ate: un momento di riappropriazione dell’idea che dietro ad un pennello, una penna o uno strumento c’è una persona che ha delle storie da raccontare, da suonare, da mostrare, da cantare o addirittura da tacere!

Arturo Benedetti Michelangeli, ovvero la perfezione del suono con due amici che si sveleranno dimenticando per una sera l’orologio nel cassetto lasciando che la parola sia ritmo

8-24aprile

 

Anni tosti, allora, molto tosti.

Si parlava di rivoluzione e si prospettava un idea di libertà che a quell’età facevo fatica a comprendere. Gli insegnanti non aiutavano, sceglievano per te, i genitori non ne parlavano e i compagni di scuola si dividevano in tre fasce: rivoluzione sì, rivoluzione no, ma chissenefrega!

Anni tosti… di decisioni altrui!

Era, credo, il tre o il quattro di ottobre del 1972 quando entrai per la prima volta al Rainerum di Bolzano, una scuola privata.  I miei mi fecero frequentare la scuola media a Bolzano convinti che le scuole a Segonzano fossero un disastro e, per quello che ricordo io, in quel periodo lo erano davvero. Ritardi del pullmann che da Sover portava a Segonzano, mancanza di una mensa e vari ammenicoli quali professori in continuo cambio di sede che facevano mal sperare in una ragionevole possibilità di frequentare proficuamente la scuola.

Sì, voi direte, ma proficuamente è una parola da bravi ragazzi.
Ebbene posso confermare senza ombra di dubbio o di smentita che, tra i 10 e i 14 anni ero un “bravo ragazzo”!

Sorvolando sulle motivazioni che portano a questa affermazione che per molti avrà dell’incredibile, voglio partire da qui per un motivo ben preciso: l’aula nella quale ho frequentato la prima classe delle medie era di fronte alle aule del Conservatorio Monteverdi di Bolzano!
E quindi?

Quindi, da quelle finestre si sentivano ogni giorno ogni sorta di suoni e vocalizzi: pianoforti, oboe, clarinetti e un corno che, quasi ogni mattina faceva la sua bella mostra disegnando questo suono “boschivo” attraverso le finestre socchiuse della scuola ed una voce di ragazza che mi estasiava.
Non ci siamo ancora, vero?
Manca il nesso!
Ma certo che c’è il nesso anzi c’è solo in nesso e non c’è nient’altro:
Arturo Benedetti Michelangeli ha passato qui 9 anni, dal 1950 al 1959, in qualità di insegnante di pianoforte. Insegnante direi che nel caso del nostro sia un appellativo molto riduttivo ed opterei per etichettarlo come uno dei più grandi virtuosi del XX secolo. Quindi ci siamo, vero?

Arturo Benedetti Michelangeli fu definito dal grande ed ineguagliabile Alfred Cortot “Il nuovo Liszt” al concorso di Ginevra.

Didatta, insegnante, concertista, compositore, armonizzatore corale di delicatezza infinita e rude e tosto uomo di montagna. Studiava, raccontava il mio insegnante di Armonia, tutta la notte fino ad addormentarsi sul pianoforte di una delle sale del Conservatorio e lo trovavano al mattino ancora lì, che dormiva, sul pianoforte.

Ecco, se vogliamo dirla tutta non sapevo ancora bene cosa significasse concertista e non sarei riuscito a distinguere tra uno bravo e uno meno bravo però, nonostante questo, c’era qualcosa nei suoni che arrivavano da quelle finestre che mi intrigava moltissimo.

E un bel giorno, meraviglia delle meraviglie, arriva il nuovo insegnante di musica e ci porta nella chiesa della scuola (era un collegio religioso salesiano) e si mette all’organo e ci fa capire cosa fosse quello strumento.

Ipnotizzato, ricordo bene, mi sentivo ipnotizzato e cercavo di percepire il più delicato suono come il suono del pedale a 32piedi che faceva vibrare le panche della chiesa.

E da lì parte, anche se riprenderò un paio di anni dopo, la mia storia con tutto quello che si configura come suono.

Torniamo a Michelangeli e alla mia scelta di questi due pezzi ai quali aggiungerò la meravigliosa “la pastora e il lupo”.

Galuppi e la sua Sonata in Do maggiore scelta appunto per la sua apparente semplicità ma eseguita con quel meraviglioso tocco che fa la differenza tra un graffio di penna ed una poesia. In questo pezzo, senza nulla togliere alla maestria di Michelangeli, ho sempre ritrovato il meraviglioso rapporto col suo strumento preferito, tanto studiato e preparato quanto lasciato alla genialità dell’appoggio del momento. Credo che la possibilità di ascoltare questo pezzo nelle sue più profonde corde attraverso l’esecuzione così, oserei affermare, Gouldiana sia un regalo immenso e lo ascolteremo almeno per la parte che riguarda l’Andante tanto per introdurci ai nostri tre amici e per introdurre loro a questa serata.

Debussy e i Childrens Corner li ascolteremo più tardi per lasciarci portare nel gioco che ci viene prospettato sia nella spettacolare esecuzione che nella stupenda scrittura. Ascolteremo “Serenade for the Doll” che ritengo un autentico capolavoro.

I colori di Debussy ben si addicono all’abbinamento con la formale struttura della Sonata di Galuppi, in entrambi i casi il controllo del suono diventa fondamento per un architettura che sta in piedi non tanto per il suo corpo melodico perfetto ma anche per la genialità dell’interprete che prende questi segni neri su carta e li trasforma in qualcosa che, alla fine, diventa pura sensazione, estasi ed incanto.

Ecco che la tecnica sia del compositore che dell’interprete lasciano il passo all’ascoltatore permettendogli di assaporare nella sua interezza il messaggio che attraversa la carta.

Partiamo da qui per raccontare le vostre storie ed i vostri messaggi.

Ma prima di cominciare vorrei che ascoltaste senza che io commenti “la pastora e il lupo” nell’armonizzazione di Michelangeli. Era un arte alla quale si era dedicato molto e con risultati sorprendenti. Ognuno prenda ciò che vuole da questa canzone, ognuno si porti dentro gelosamente quello che sente. Vorrei fosse il canto portante di questa serata.

E, a proposito del “bravo ragazzo”, sono uscito con Ottimo in tutto da quelle scuole medie vicine al Conservatorio ma poi il destino si è accanito contro di me…

Diaolin

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